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Vudù (riti)

Test culturale

1. La categoria “cultura” (o religione) è utilizzabile?
​Sì. I riti vudù sono attività rituali legate al vudù, religione dai chiari caratteri sincretici che racchiude in sé elementi del cattolicesimo e dell’animismo. La religione vudù è considerata la derivazione moderna di una delle religioni più antiche del mondo, l’animismo tradizionale africano. 
2. Descrizione della pratica culturale (o religiosa) e del gruppo.
  
La religione vudù (o voodoo, che significa "spirito" nelle lingue africane Fon ed Ewe) con i suoi caratteri sincretici così come la conosciamo oggi, ha avuto origine fra il Seicento e il Settecento a seguito del colonialismo in Africa, e nelle Americhe a seguito dell’arrivo degli schiavi giunti dall'Africa occidentale. Si tratta di una religione derivante dall’animismo tradizionale africano, diffuso soprattutto nell’attuale Benin e incentrata sul culto delle divinità della natura; oggi è praticata, oltre che in Benin, soprattutto in Nigeria, Togo e Ghana in particolar modo da vari gruppi sociali come gli Ewe, i Fon, i Mina o i Kabye, e si è diffusa anche nell'America centrale (soprattutto Haiti e Cuba) e meridionale a seguito della tratta di schiavi africani deportati in questo continente durante il periodo coloniale spagnolo e portoghese.
Vari sono i rituali del culto vudù che si svolgono nell’attualità nelle comunità praticanti; fra questi, i rituali di iniziazione (o battesimo), i rituali funebri, i rituali di guarigione e di cura, i rituali di consacrazione, i rituali di protezione e i rituali di sacrificio e di celebrazione ai loa (spiriti), caratterizzati dalla trance di possessione. 
L'espressione usata per riferirsi alla trance di possessione, ossia la comunicazione fra i loa (spiriti) e i fedeli, è molto grafica: si dice che il loa "cavalchi" la persona posseduta come un cavallo. Ciò è comprensibile se consideriamo che lo scopo della religione vudù è la comunicazione tra il mondo divino e il mondo umano, e che ogni cerimonia e ogni celebrazione è strutturata intorno all'obiettivo della manifestazione divina nel mondo umano attraverso i loa (spiriti). Durante la trance, difatti, un loa si insedia nella testa di un individuo dopo aver scacciato il "grande angelo buono", una delle due anime che si portano dentro; si tratta della parte dell'anima da cui dipendono la vita intellettuale e affettiva secondo la religione vudù. La partenza improvvisa di quest'anima provoca i caratteristici brividi e sussulti all'inizio della trance, e una volta partito l'"angelo buono", il posseduto ha l'impressione del vuoto totale, come se perdesse la coscienza. La testa gira e le gambe tremano: è in questa fase che il credente diventa non solo il ricettacolo del dio, ma anche il suo strumento. È la personalità del dio e non la sua che si esprime nel suo comportamento e nelle sue parole; le sue espressioni, i suoi gesti e persino il tono della sua voce riflettono il carattere e il temperamento della divinità che è scesa su di lui.
Alcuni di questi rituali sono utilizzati, in determinati contesti caratterizzati da dinamiche violente come alcune zone della Nigeria (per esempio lo stato di Edo), per assicurarsi il controllo sulle donne. In particolare, ci si riferisce ai giuramenti rituali nei quali viene suggellato il vincolo tra un sedicente benefattore, che ammalia delle giovani donne con promesse di lavoro in Italia; le donne vengono vincolate a rimborsare il viaggio con un giuramento rituale, impegnandosi a pagare il debito acquisito alle condizioni concordate. Se questo patto viene infranto, le conseguenze, a seconda delle credenze, possono essere diverse: morte, malattia, follia, ecc. Il giuramento rituale diventa, quindi, un mezzo intimidatorio e produttore di silenzio per le giovani donne che sono vittime di tratta.
 
Il giuramento rituale viene fatto con varie modalità tra le quali, secondo testimonianze raccolte: alle giovani donne che contraggono il patto viene fatta bere una soluzione di alcol e sangue, sono tagliate alcune ciocche di capelli e praticati piccoli tagli, con l’uso di lamette, in varie parti del corpo, sotto le clavicole, sulle mani, sui piedi e dietro la schiena. 
 
La dimensione esperienziale del rito, la pressione sociale da esso esercitata e la credenza nelle conseguenze indesiderate, conduce a uno stato psico-fisico di costante allarme, spesso caratterizzato da sensazioni corporee di disagio, da sogni in cui si subisce o si rischia di subire un danno, a pensieri in cui si concepisce di fare del male a sé stessi o agli altri se non si rispetta il vincolo. Si tratta di un'esperienza basata sulla relazione tra i significati condivisi, inserita in un universo sociale di valori, gesti e significati culturali appresi attraverso le relazioni sociali, e che per questo costituiscono veicoli di comunicazione attraverso i quali viene gestita la vita sociale nel suo complesso. 
 
3. Inserire la singola pratica nel più ampio sistema culturale (o religioso).

La religione vudù è rivolta al culto delle divinità della natura, e può essere compresa se la si inquadra nell’animismo. Una religione è animista quando si crede che le entità non umane siano esseri o spiriti divini, o almeno partecipino e possiedano principi e potenzialità divine. L'animista, difatti, crede che non ci sia separazione tra il mondo materiale e quello trascendente, per cui rocce, montagne, piante, animali, fenomeni atmosferici e altre entità materiali hanno un'anima, e rappresentano divinità e spiriti di diverse categorie.
A causa della sua natura animista, si è creato un forte dibattito sul fatto che il vudù possa essere considerato una religione o semplicemente un insieme di credenze; si ritiene che questi pregiudizi siano stati creati dal conflitto con la religione cattolica, che ha sempre cercato di condannare le pratiche vudù.
Per molti secoli la religione vudù è stata perciò presentata come l'incarnazione del male, o addirittura un capro espiatorio che è servito per spiegare i disastri naturali, oppure percepita come sinonimo di omicidio rituale, antropofagia e stregoneria, dunque un'espressione di superstizione da condannare. Di conseguenza, la Chiesa cattolica ha condotto diverse campagne anti-superstizione per sradicare il sincretismo fra vudù e cattolicesimo, salvo poi nei secoli assorbirli e mescolarsi con esso, andando a creare chiare dinamiche di sincretismo e arrivando a manifestarsi in maniera diffusa in diversi contesti di culto vudù, soprattutto latinoamericani. 
Il vudù si caratterizza per molte attività rituali che si svolgono nell’attualità nelle comunità praticanti; fra questi i rituali di iniziazione (o battesimo), i rituali funebri, i rituali di guarigione e di cura, i rituali di consacrazione, i rituali di protezione e i rituali di sacrificio e di celebrazione ai loa (spiriti). Questi rituali svolgono un ruolo molto importante nel contesto sociale dove si manifestano, al punto che si può dire che siano una guida nella vita del praticante. 
È importante ricordare, inoltre, che molti dei risvolti violenti dei rituali vudù come quelli delle tratte delle prostitute, sono direttamente collegati alle condizioni di disuguaglianza che prevalgono nel contesto di sviluppo della pratica, ossia al fatto che le persone abbiano un accesso limitato alle risorse necessarie per il loro sostentamento, e che quindi cerchino con questo strumento di sviluppare strategie per elevare lo status sociale della famiglia. Inviare una giovane donna in Europa stipulando un “accordo” per la restituzione del debito attraverso un rituale vudù è, quasi sempre, una scelta condizionata dalla pressione della famiglia della giovane, che vede in questo percorso una possibilità di miglioramento della propria condizione (raramente è una scelta individuale); ciò crea nella giovane donna una forte pressione sociale, e trasforma i riti vudù in chiare attività rituali di assoggettamento. 
Secondo la National Agency for Prohibition of Trafficking in Persons (Naptip), si stima che circa il 90% delle giovani donne nigeriane che migrano in Europa sono state sottoposte a tale rituale. 
 
4. La pratica è essenziale (alla sopravvivenza del gruppo), obbligatoria o facoltativa?
I riti vudù sono essenziali per le comunità di credenti perché permettono una comunicazione e un’interconnessione con gli spiriti che dominano le forze della natura, ossia le rocce, gli alberi, i corsi d'acqua e gli animali, ma anche con le singole persone. In alcuni contesti, difatti, anche i morti continuano a vivere con i vivi e tra i vivi, i quali possono rimanere in contatto con i morti e possono chiedere loro favori.
Il modo in cui il praticante vudù percepisce il mondo che lo circonda e con cui vive, lo porta perciò a una continua attività di intercessione con gli spiriti; una relazione costante tra la natura, l'essere umano e gli spiriti attraverso la quale il credente trova le ragioni per vivere e una spiegazione alla morte, in una relazione permanente tra i vivi e i morti, tra i credenti e gli spiriti. 

5. La pratica è condivisa dal gruppo o è contestata?
Il vudù è un sistema condiviso e coerente agli occhi dei suoi praticanti, è una visione del mondo in cui le azioni, i discorsi, i simboli e i comportamenti sono di fondamentale importanza per l'individuo e per la comunità a cui appartiene, e i rituali sono uno dei passaggi più importanti di questo sistema religioso. 
Talvolta, le pressioni sociali esercitate dai riti, soprattutto quando sono vincolanti, conducono gli individui ad allontanarsi dal loro contesto di origine, per evitare che ci siano delle conseguenze nocive per loro e per la loro famiglia. 
 
6. Come si comporterebbe la persona media appartenente a quella cultura (o religione)?
Sul versante dei riti vudù di assoggettamento, la persona media sottoposta ad uno di tali riti vudù crede nella capacità di questo di vincolare e produrre effetti, al punto che in dottrina si è teorizzata la “vodoo death” (la morte vudù), causata dalle alterazioni fisiche prodotte dallo stress (Cannon 1942; Lester 2008-9).
In alcuni contesti sociali, i credenti di questa religione si sono trovati nella necessità di nascondere le loro pratiche o i loro riti perché, i vertici istituzionali ufficiali, hanno deciso di imporre la religione cattolica e di perseguitare e punire qualsiasi segno di pratiche religiose che fossero al di fuori o contro i loro dogmi di fede. 
7. Il soggetto è sincero?
Tra i vari e numerosissimi rituali legati al culto vudù, nelle aule giudiziarie arrivano quelli in grado di determinare forme di assoggettamento degli individui, rappresentandosi agli occhi delle vittime come vere e proprie fonti di pericolo, tanto da essere posti a fondamento delle richieste di protezione internazionale. 
In tali procedimenti l’accertamento della sincerità del soggetto è guidata da specifici criteri di legge e coinvolge inevitabilmente più piani: la credibilità dei fatti narrati dal richiedente; il potenziale lesivo.
In relazione al contesto culturale sopra richiamato, inoltre, sarebbe opportuno tenere in considerazione che: alcuni elementi potrebbero risultare non conosciuti dal richiedente (casi in cui ad esempio lo stesso è destinato alla carica di sacerdote vudù) per via della segretezza di alcuni rituali delle quali si viene a conoscenza solo nel momento in cui si ricopre la carica; è plausibile la contemporanea sussistenza di religioni monoteiste (soprattutto islam e cristianesimo) e credenze tradizionali, spesso in contrasto tra loro ma anche fortemente contaminate a vicenda . 
Ciò premesso, ai fini di una più rigorosa configurazione della pratica e della sussistenza di elementi sintomatici della sua portata lesiva potrebbe essere utile focalizzare l’indagine conoscitiva su alcuni elementi:
 
  • la collocazione spaziale del rito, che come si è visto è diffuso in alcune aree geografiche più che in altre;
  • la funzione del rito agli occhi del richiedente, il ruolo sociale della pratica e dei “ministri” ad essa legati nella comunità di provenienza; 
  • altre caratteristiche del rito, se conosciute dal richiedente. 
 
8. La ricerca dell’equivalente culturale. La traduzione della pratica della minoranza in una corrispondente pratica della maggioranza (italiana). ​
Per quanto sia complesso da identificare, un’equivalente culturale del rito vudù, soprattutto del suo uso come strumento di potere e controllo sulla vita degli individui, è in realtà riscontrabile anche nella cultura maggioritaria. 
In un passato non troppo lontano anche la vita della società italiana risultava fortemente permeata da un sentimento religioso, principalmente quello cattolico. Era (e talvolta è ancora) assai comune che dalla religione si facessero impropriamente derivare pratiche che oltrepassavano le funzioni meramente spirituali e morali, stabilendo invece gerarchie sociali, poteri, controllo su stili di vita e comportamenti dei consociati, sotto la minaccia del peccato e della dannazione eterna, determinando anche forme di assoggettamento aventi importanti ricadute sulla vita degli individui.
Si trattava, e talvolta si tratta ancora oggi, anche se in misura minore, di una morale cristiana che agiva secondo schemi simili ai riti sopra citati, nei confronti di chiunque avesse attuato comportamenti ad essa non corrispondenti, non solo al fine di difenderla, nel suo sistema di valori, ma per mantenere un controllo sugli individui: l’avversione della comunità nei confronti delle donne che portavano avanti gravidanze non essendo sposate o da nubili, nei confronti dei soggetti che divorziavano, i quali ad esempio sono esclusi dal sacramento della comunione; nei confronti di chi sceglieva di non battezzare i propri figli; andando ancora più indietro nel tempo alla consacrazione obbligata in ordini ecclesiastici di figli e figlie al fine di acquisire uno status sociale più elevato; le problematiche che potevano verificarsi nella scelta di professare una religione differente. Situazioni differenti ma accomunate da un elemento: il peso di una morale religiosa o di una credenza sulla vita quotidiana, sulla percezione del singolo, sui rapporti con la comunità di appartenenza e la scelta, spesso attuata anche nella nostra società, di fuggire in altri luoghi dove sia possibile esercitare la propria vita in libertà. 
​Oltre a questo tipo di pressioni provenienti dalla religione maggioritaria cattolica, sussistono nella cultura maggioritaria anche individui che credono che certi riti, sortilegi, magie possano condizionare la realtà e produrre delle guarigioni o malattie nel corpo. Spesso tacciate come superstiziose da posizioni razionaliste mainstream, queste credenze sono ancora oggi diffuse trasversalmente tra varie classi sociali e vedono anche figure di maghi e altri operatori che praticano tali riti. 
9. La pratica arreca un danno? ​
Il culto vudù nel suo complesso non sembrerebbe determinare alcun danno fatta eccezione però in quelle ipotesi in cui si presta a garantire forme di assoggettamento su altri individui e come forma di manifestazione di potere. In questo caso è in grado di influenzare profondamente la qualità della vita. Si tratta di un’“attitudine lesiva” maggiore di quella applicabile alla mera superstizione proprio perché ha le proprie fondamenta in un sistema religioso strutturato, solido, diffuso tra ampie parti di popolazione e permeante molteplici aspetti della vita terrena e ultraterrena.
È ovvio che tale lesività può emergere solo se valutata in relazione ad un agente “culturalmente orientato” e influenzato non solo dalla propria percezione ma anche da quella della comunità di appartenenza, parte di una cultura in cui il soprannaturale ha un ruolo fondante rispetto alla quotidianità perché si fonde con la spiritualità, la religiosità e la gestione dei rapporti tra privati, soprattutto nel caso dell’Africa Subsahariana.
Per questo il danno non emergerà se rapportato a un agente estraneo a questo tipo di istituzioni.
Da questo punto di vista tali pratiche sono idonee in astratto a generare due tipi di danno:
il danno psichico, derivante dalla forte convinzione della potenza del rituale (stato di forte soggezione, vulnerabilità, timore per l’incolumità propria o dei propri cari, convinzione circa la correlazione tra la morte di alcuni cari e eventuali riti);
il danno fisico, sia come effetto delle forti pressioni psichiche sperimentate, sia, anche se indirettamente, negli eventuali/possibili atti di violenza esercitati dalle comunità di appartenenza in caso di rifiuto del rito.
Alcuni studiosi hanno studiato il fenomeno delle “morti voodoo”, facendo riferimento a quei casi in cui la credenza nella potenza di tali riti fosse tale da condizionare gli individui e provocarne la morte.
Ad oggi è la stessa scienza ad ammettere il legame tra determinate situazioni psichiche dell’individuo, legate a fatti privati o al contesto socio-culturale di provenienza, con alcune patologie o sintomatologie meramente fisiche.
In ambito penale, ad esempio, in relazione al caso delle donne nigeriane vittime di tratta, costrette a versare enormi quantità di denaro e a prostituirsi dalle “madame” per non infrangere i giuramenti di fedeltà effettuato in patria mediante tali riti, il danno viene ampiamento riconosciuto: il rituale conduce l’individuo a porsi in uno stato di vulnerabilità e soggezione psichica, tipica dei fenomeni della schiavitù. L’impatto devastante di tali giuramenti ha infatti avuto un risalto internazionale e ha portato il Re Ewuare II, figura suprema tradizionale de Benin City (Edo State, Sud-est nigeriano), conosciuto anche come “Oba” a emanare, nel marzo del 2018, un editto specifico al fine di sciogliere tutti i riti voodoo fatti al fine di perpetrare tratta, elargendo il perdono per i riti passati ai ministri che li avevano celebrati ma condannando quelli futuri. 
Un contesto di credenze così assorbente non può condizionare solo una parte di popolazione (le donne, vittime di tratta), ha radici profonde in un sistema culturale e di istituzioni, pervade i modelli educativi e pertanto è suscettibile di ricreare in astratto le stesse sensazioni di soggezione e di limitazione dell’autodeterminazione anche in altri individui che in tale contesto sono vissuti seppure essi siano di sesso maschile e non vittime di tratta.
 

​10. Che impatto ha la pratica della minoranza sulla cultura, valori costituzionali, diritti della maggioranza (italiana)?
Nella cultura maggioritaria i riti vudù hanno una connotazione immaginaria e fantasiosa, assimilati talvolta al concetto di macumba oppure spesso associati all’immagine di “bamboline” o fantocci vari che, trapassate da spilli per opera di un soggetto persecutore, dovrebbero generare nella vittima dolori lancinanti in corrispondenza delle parti del corpo oggetto di inflizione. Non è assolutamente comune che vengano associate a forme di spiritualità ancestrale più complesse e strutturate e che possono esprimersi anche in forme benefiche. Il termine vudù ha sempre una connotazione negativa, ma di cui sembra palese l’irrazionalità e l’innocuità.
Il timore associato a questo tipo di riti è considerato frutto di una credulità ingenua, derivante da condizioni sociali, economiche e culturali minime oppure una forma di invenzione utilizzata dalla presunta vittima solo a scopo opportunistico.
Quando ne viene riconosciuto l’impatto lesivo nell’esistenza dell’individuo, come ad esempio nel caso delle vittime di tratta, il rito appare come un vincolo tradizionale che soggioga l’individuo, privo di qualsiasi natura benefica, e quindi in contrasto con la libertà dell’individuo e la sua dignità, soprattutto quando il soggetto si sente costretto dallo stesso a compiere atti contro la sua volontà e lesivi della dignità.
Da un lato le pratiche vudù devono essere ricondotte a un sistema spirituale e religioso molto più ampio, non necessariamente assumono una connotazione negativa e pertanto potrebbero rientrare, come nelle altre credenze in un’ottica di tutela della religiosità, spiritualità dell’individuo. Quando determinano però la fuga dello stesso dalle comunità di appartenenza o diventano strumenti per limitare l’autodeterminazione e rafforzare meccanismi di schiavitù, sono in grado di ledere beni fondamentali dell’individuo come la vita, l’incolumità fisica e psichica. Dal punto di vista penale, nel caso delle vittime di tratta, rafforzano il vincolo di schiavitù (art. 600 c.p. Riduzione o mantenimento in schiavitù; art. 601 c.p._ Tratta di esseri umani) e accentuano lo stato di vulnerabilità della vittima.
In sede civile, nell’ambito della protezione internazionale è raro che tali riti vengano riconosciuti lesivi tanto da giustificare la concessione delle misure di protezione. Non si ritiene che ledano la libertà dell’individuo, l’integrità fisica se non nei casi in cui sono associati alla tratta di esseri umani. In questo caso sono ritenuti lesivi dei diritti fondamentali e giustificano il riconoscimento di un generale diritto di asilo per gli stranieri che da essi rifuggono. 
11. La pratica perpetua il patriarcato?
L’efficacia lesiva dei riti nelle ipotesi di riduzione in schiavitù e tratta determina una limitazione della libertà per cause di genere, una maggiore vulnerabilità delle donne rispetto a quanto avvenga per gli uomini. Il problema assume dimensioni anche più ampie in tema di patriarcato quando, come più volte evidenziato nei rapporti di alcune organizzazioni internazionali e da alcuni governi dell’Africa subsahariana, le forze statali locali non riescono a garantire alle vittime di tratta, una volta tornate in patria, adeguata tutela. Anche una volta assolto il vincolo rituale e pagato il debito le ex prostitute non sono accettate dalle proprie comunità. Anche per questo, pur se indirettamente, il rito ha una potenza discriminatoria nei confronti del genere femminile. 
Lo Stato italiano riconosce con più facilità la lesività dei riti vudù nei confronti delle vittime di tratta, ai fini penali e di protezione internazionale, ma è molto più restio a riconoscere e indagare sulla effettiva potenzialità lesiva degli stessi nei confronti di richiedenti di genere maschile, che fuggono per il timore di riti perpetrati contro di loro in ragione di liti endofamiliari o perché non vogliono appartenere al gruppo culturale che li professa o diventare sacerdoti vudù. 
12. Che buone ragioni presenta la minoranza per continuare la pratica? Il criterio della scelta di vita ugualmente valida.
Nei contesti in cui gli individui richiedono protezione da specifiche pratiche culturali che non condividono o che arrecano un danno, le buone ragioni di portare avanti la pratica da parte invece dei soggetti della comunità che la condividono, vanno evidenziate al fine di farne meglio comprendere la diffusione nei luoghi di origine, la pervasività e dunque l’inevitabile rischio a cui i soggetti che da essa rifuggono sono sottoposti (si vedano le voci ​Caccia alle streghe e stregoneria; Mutilazioni genitali femminili in questo Vademecum).
In questo caso, è stato ampiamente evidenziato sopra come i riti vudù, anche quelli di soggezione, si inseriscano in un contesto strutturato, esistenziale, dai connotati complessi perché di natura religiosa. È pertanto probabile che sintanto che permarrà il culto nel suo complesso, quale espressione religiosa di determinate popolazioni, permarranno anche gli aspetti ad esso collaterali, le problematiche di esclusione in caso di scelta di altri culti, l’utilizzo dei riti in funzione di soggezione ed esercizio di potere. Una presa di coscienza di queste criticità da parte delle stesse comunità praticanti può determinare un cambiamento e una progressiva limitazione degli stessi. In questo processo è indubbiamente importante anche il ruolo degli Stati, la loro capacità di vigilare e di scoraggiare tali pratiche, o di promuovere una consapevolezza dell’individuo differente e più personalistica, ma di certo tale influsso inciderà in una misura nettamente minore rispetto alle modifiche che possono pervenire dalla contestazione della pratica da parte di membri interni alla comunità stessa o addirittura da parte di capi tradizionali, come avvenuto nel caso del decreto dell’Oba in Nigeria nel 2018. 

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