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Prezzo della sposa

Test culturale

1. La categoria “cultura” (o religione) è utilizzabile?
​Sì. La categoria cultura è utilizzabile se ci si riferisce al versamento di una somma di danaro (o di doni materiali) da parte della famiglia dello sposo nei confronti della famiglia della sposa al fine di raggiungere determinati obiettivi socio-relazionali.
2. Descrizione della pratica culturale (o religiosa) e del gruppo.
Con “prezzo della sposa” ci si riferisce a quel pagamento con  forte carattere simbolico che viene effettuato da parte del marito, e dei suoi parenti, alla famiglia della sposa, per poter avere il consenso a ufficializzare il matrimonio. Questi pagamenti sono soliti avere un valore sociale molto importante, che varia a seconda del contesto dove si manifestano: spesso definiscono relazioni fra clan, famiglie o altri gruppi sociali, altre volte servono per dimostrare l’accesso a risorse economiche, di modo tale da garantire alla famiglia della sposa una buona vita per la figlia nella nuova famiglia. Tradizionalmente i pagamenti venivano effettuati sotto forma di oggetti di valore, attualmente possono consistere in contanti o beni di prima necessità, ma anche beni di lusso.
I “pagamenti” tra famiglie al momento del matrimonio sono esistiti nelle varie culture di tutti i continenti, e sono attualmente ancora diffusi in molti gruppi sociali presenti in diverse aree del pianeta, fra le quali alcune zone rurali della Cina, in vari contesti urbani della Thailandia, in diversi paesi africani e in molti contesti arabi di Siria, Zaire, Uganda e Iran. In Europa, invece, è diffuso soprattutto fra le culture rom. Fra questi ultimi, generalmente, il prezzo della sposa viene pagato in contanti e l'importo varia a seconda delle consuetudini di ciascun gruppo, della situazione economica e delle precedenti relazioni tra le famiglie. Per esempio, fra i rom Korturare della Transilvania il prezzo della sposa può consistere in un pagamento economico compreso tra i 2000 e i 5000 euro, mentre tra rom Spoitori dell'area danubiana questa cifra è fortemente ridotta a un importo che va dai 30 euro ai 300 e può essere integrata da altri beni, come il bestiame per la produzione di cibo. Questo prezzo è da intendersi come un segno di rispetto per la famiglia della ragazza, una forma di apprezzamento per il duro lavoro svolto per crescerla; ma è anche inteso come una forma di compensazione per la perdita del lavoro, produttivo e riproduttivo, che la famiglia della sposa subisce quando la figlia si sposa e si trasferisce. Difatti, nella nuova vita coniugale, il lavoro della sposa va a beneficio del marito e della famiglia del marito, dando accesso a un trasferimento di diritti sulla sessualità, sui servizi lavorativi, sulla residenza e sulla fertilità della moglie.
È importante considerare, perciò, il valore simbolico che può assumere il “prezzo” agli occhi attenti dei parenti e della comunità, così com’è importante tenere in considerazione il fatto che le donne sono orgogliose dell'importo elevato che ricevono e che, al contrario, si vergognano se l'importo ricevuto è basso rispetto alla consuetudine.
3. Inserire la singola pratica nel più ampio sistema culturale (o religioso).
Il “prezzo della sposa” è un elemento determinante del più ampio istituto del matrimonio. Si tratta di un passaggio obbligato per assolvere a una corretta prassi matrimoniale che serve per “ufficializzare” dei nuovi legami sociali fra gruppi diversi, per aprire delle strade di parentela tra la famiglia della sposa e quella dello sposo, e/o per formalizzare una nuova alleanza tra clan diversi.
In molti gruppi rom il passaggio dall’infanzia all’età adulta non è determinato dal raggiungimento di una determinata età, come avviene nel nostro sistema giuridico, ma dall’avvento delle mestruazioni. È al raggiungimento di questa condizione che le donne sono considerate idonee per iniziare il percorso verso il matrimonio, che oltre rappresentare l’ufficializzazione del passaggio dalla fase giovanile alla fase adulta, è determinante per la definizione dell’appartenenza al gruppo sociale.
In questi contesti, si può chiaramente notare come il matrimonio sia accompagnato da una ritualità ben definita e legata alla tradizione, che segue delle pratiche - fra le quali il prezzo è una delle più importanti - socialmente stabilite, e che risultano perciò vincolanti per una buona riuscita del matrimonio.
 
4. La pratica è essenziale (alla sopravvivenza del gruppo), obbligatoria o facoltativa?
Nonostante quello dei matrimoni rom sia un rito dinamico e in potenziale mutamento, il “prezzo della sposa” continua a costituire un momento determinante, un passaggio indispensabile perché il matrimonio sia riconosciuto dalla comunità. Il “prezzo” assume un ruolo chiave nell’identificazione personale e sociale degli individui e delle famiglie, e si presenta come una parte imprescindibile del rito matrimoniale, risultando perciò obbligatoria in alcune circostanze.
5. La pratica è condivisa dal gruppo o è contestata?
La pratica inizia ad essere contestata da giovani generazioni che aderiscono ai valori della cultura dominante. È da segnalare, però, che le denunce delle giovani rom frequentemente non sembrano riguardare il “prezzo della sposa” in sé, ma i maltrattamenti associati alla vita coniugale.
Sebbene sia abbastanza evidente che non vi siano analogie con la "vendita di figlie", la pratica del “prezzo della sposa” è spesso criticata dalla cultura dominante per il presunto impatto personale e sociale che ha sulle donne. Difatti, anche se ben distinta, accade che la pratica venga associata ai matrimoni precoci e ai matrimoni forzati, fenomeno che favorisce la violenza domestica ed è un ostacolo ai diritti delle donne. Queste pratiche discorsive della maggioranza, come è facilmente comprensibile, spesso vengono riprodotte da quelle donne rom che, non contente della propria vita coniugale, se ne vogliano allontanare, e che nel farlo utilizzano le argomentazioni della cultura dominante.
6. Come si comporterebbe la persona media appartenente a quella cultura (o religione)?
In linea generale si può affermare che la pratica sia strettamente legata al raggiungimento di uno “status” sociale non solo degli sposi, ma anche delle famiglie; perciò, è presumibile che spesso ci siano delle pressioni sociali e familiari che spingono a seguire perpetuando la pratica. Difatti, il “prezzo della sposa” è uno strumento di mediazione fra famiglie, ed è centrale nello stabilire legami fra gruppi familiari.
 
7. Il soggetto è sincero?
 Al fine di accertare la sincerità dell’adesione alla pratica culturale del “prezzo della sposa” quale semplice gesto tradizionale, ed evitare un uso strumentale della difesa culturale in episodi di tratta, potrebbe essere utile procedere ad alcuni accertamenti fattuali aventi ad oggetto:
  • la sussistenza di un legame di parentela tra i soggetti imputati e la giovane coinvolta nel rito. Si tratta infatti di processi che coinvolgono gruppi familiari ristretti (genitori degli sposi) ma anche più allargati (nonni e zii);
  • il contenuto delle comunicazioni e degli accordi intercorsi tra le famiglie coinvolte, se da essi emerge una semplice volontà di concludere il rito matrimoniale o sussistono altre circostanze fattuali che possano risultare sintomatiche di episodi di tratta e/o sfruttamento;
  • l’adesione alla pratica culturale da parte della sposa stessa e del nucleo familiare in generale;
  • la verifica del soggetto che ha denunciato i fatti - se si tratta di un soggetto coinvolto nella pratica (ad esempio la giovane sposa) o di un soggetto esterno ai fatti (operatori dei servizi sociali, insegnanti etc.) – e le motivazioni della denuncia (soprattutto nel caso in cui a denunciare i fatti siano state le giovani spose verificare se l’azione è riconducibile ad un dissenso momentaneo rispetto al progetto di vita in comune o se è legata ad altri fatti sintomatici di maltrattamenti e soprusi;
  • il contesto familiare in cui è inserita la presunta vittima, se psicologicamente sano o prevaricatore.
8. La ricerca dell’equivalente culturale. La traduzione della pratica della minoranza in una corrispondente pratica della maggioranza (italiana). ​
 Nella cultura italiana, seppur sia complicato individuare delle pratiche definite e ritualizzate dell’incontro fra la famiglia dello sposo e la famiglia della sposa, possiamo trovare delle somiglianze nel recente passato. Difatti, nelle scorse generazioni, il momento di incontro fra le due famiglie era sicuramente più ritualizzato rispetto ad oggi ed era consuetudine, soprattutto al sud Italia, che la famiglia dello sposo si recasse dalla famiglia della sposa per chiedere in moglie la figlia, spesso accompagnando la richiesta con tentativi di dimostrazione di possedere una condizione economica agiata o quantomeno sostenibile per il nuovo nucleo familiare.
Ancora più ritualizzata, sempre nel sud Italia, era la pratica della dote (abolita nel 1975), ossia quell’insieme di beni che la famiglia della sposa conferiva alla famiglia dello sposo per il matrimonio, con lo scopo di contribuire alla rendita nella costituzione del nuovo nucleo familiare. Spesso caratterizzato da beni per la casa, come il mobilio o l’arredo in generale, ma anche gioielli o beni di lusso, la pratica della dote, come il “prezzo della sposa”, svolgeva la funzione di ufficializzare il legame fra le due famiglie, ossia di formalizzare la nuova relazione parentale creata dagli sposi attraverso il matrimonio.
È inoltre possibile rinvenire una somiglianza tra il rituale del prezzo della sposa e il tradizionale accompagnamento della sposa all’altare da parte del padre, in occasione del matrimonio. Tale gesto trae origine da alcune tipologie di matrimonio di epoca romana (i matrimoni cun manu, come ad esempio la coemptio), nel quale vi era un vero e proprio passaggio della tutela e di altri poteri esercitabili sulla donna, dal padre della stessa al marito. Nata come espressione di poteri tipici di una struttura familiare patriarcale, la pratica sopravvive sino ai nostri giorni, seppure con connotazioni differenti, ricoprendo una valenza simbolica e affettiva, ma pur sempre rituale. La pratica dell’accompagnamento all’altare della sposa a cura del padre nasce, dunque, nell’antica Roma in un contesto di trasferimento di poteri sulla sposa, ma nel contesto del matrimonio attuale italiano nessuno la legge più così e a nessuno verrebbe in mente di citare a giudizio un padre per riduzione in schiavitù per il fatto di performare tale gesto, pur se il suo significato originario non è molto dissimile a quello di una vendita o, comunque, di una mancanza di autonomia della donna.

9. La pratica arreca un danno? ​
Il “prezzo della sposa”, accertato come pratica culturale, non arreca danni alla persona o a beni giuridici. È uno scambio tradizionale di denaro tra la famiglia dello sposo e quella della sposa, inserito in un contesto consensuale e parte di un rito ben preciso, il matrimonio.
È quindi un elemento rituale e collaterale che non ha una portata lesiva a sé stante, ne è in grado di essere inequivocabilmente sintomo di disfunzionalità o oppressione del nuovo nucleo familiare costituito e nel quale la sposa è accolta. È una condizione di partenza necessaria come altri elementi rituali e normativi, da sola non sufficiente a essere sintomatica di situazioni di schiavitù e generatrici di danno.

​10. Che impatto ha la pratica della minoranza sulla cultura, valori costituzionali, diritti della maggioranza (italiana)?
Nella cultura del gruppo ospite, maggioritario, la pratica è avulsa dal contesto rituale di cui fa parte e percepita in modo deteriore, come una vera e propria compravendita di persona: un mero scambio di prezzo tra soggetti adulti e prevaricatori, avente come unico fine l’acquisto di un essere umano, nello specifico di genere femminile e talvolta persino minorenne. Il “prezzo della sposa” evoca nell’immaginario comune l’antica pratica della schiavitù, ormai rigettata e aborrita dalla cultura maggioritaria, per questo è ritenuta una pratica lesiva di alcuni valori portanti della società: dignità e libertà umana, eguaglianza.
 
Sul piano giuridico la pratica viene considerata lesiva dei diritti fondamentali di libertà personale e di eguaglianza e contrasta con il diritto penale. Infatti, in assenza di un approfondimento antropologico circa la sua funzione e il suo stretto legame con il rito del matrimonio tradizionale rom o della cultura di provenienza, viene attualmente ricondotta dal diritto vivente al reato che punisce la riduzione in schiavitù, (art. 600 c.p. – Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù) e identificata con il corrispondente processo di “reificazione” della persona previsto nella fattispecie. In questo senso è ritenuta lesiva del bene giuridico tutelato dalla norma, lo “status libertatis”, inteso come il complesso delle manifestazioni che si riassumono in tale stato e la cui negazione comporta l'annientamento della stessa personalità dell'individuo. 
11. La pratica perpetua il patriarcato?
La pratica potrebbe essere sintomo di un sistema patriarcale, così come inteso nella cultura occidentale (sistemi di pratiche e istituzioni oppressive della donna) ma da solo non sufficiente a integrarlo e a perpetuarlo.
A tal fine devono infatti sussistere ulteriori elementi: condizioni di vita familiare ineguali, maltrattamenti, mancanza di adesione al rito da parte della vittima e altri elementi da cui emerge la non sincerità del soggetto che richiama a sua difesa la pratica.
Il fatto che il rituale trovi origine in schemi familiari storicamente patriarcali, come quelli della stessa tradizione italiana peraltro (si pensi ad esempio al rituale del padre che accompagna la sposa all’altare, sopra menzionato, o alla prassi fino a poco tempo fa molto diffusa di portare il cognome del proprio marito), non significa che sia in grado aprioristicamente di perpetrare tali schemi.
Inoltre, come emerge dagli approfondimenti antropologici, il rituale del prezzo della sposa nel sistema familiare e tradizionale della famiglia rom, lungi dal voler realizzare una reificazione della donna, è un rito che nella molteplicità delle sue funzioni mira ad esaltarne il valore sociale per la costruzione della famiglia.
12. Che buone ragioni presenta la minoranza per continuare la pratica? Il criterio della scelta di vita ugualmente valida.
Le buone ragioni che presenta la minoranza per continuare la pratica sono essenzialmente due.
In primo luogo, ricondotto nell’ambito del rito tradizionale, il “prezzo della sposa” non è una pratica lesiva di alcun diritto fondamentale anzi è oggetto di tutela di diritti fondamentali, i diritti culturali appunto. I soggetti hanno il diritto di perpetuarla, insieme ad altre tradizioni della propria cultura, a scegliere il tipo di riti connessi al matrimonio. È infatti un atto rituale matrimoniale, capace di assumere le differenti funzioni ampiamente richiamate sopra, che variano anche a seconda dei gruppi a cui ci si riferisce.
In secondo luogo, è una pratica che trae la sua importanza dal valore sociale dell’istituto a cui è legata, il matrimonio, avente una funzione fondamentale in alcuni gruppi di etnia rom.
Il ruolo del matrimonio e della famiglia come forma primaria di realizzazione dell’esistenza degli individui, in passato, si presentava come “criterio di vita valida” anche nella cultura italiana/società italiana, nonostante ad oggi sia stata sostituita da una visione di realizzazione intesa in senso più individualistico e professionale.
È opportuno segnalare che in questo quadro di differenti vedute sul concetto di “realizzazione” dell’individuo si deve necessariamente inserire il dato che le prospettive di realizzazione professionale e personale offerte dal contesto sociale italiano non sono sempre le medesime per le giovani generazioni di etnia rom rispetto a quelle italiane. Ecco perché, complici anche le differenti prospettive di vita offerte, il matrimonio continua a essere un punto importante di vita sociale per parte di queste minoranze, un modo di partecipare alla vita della società da cui deriva l’importanza di preservare i rituali ad esso connesso.

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