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L'importanza dell’emotività
​

nell’interrogatorio 

Le emozioni nell'attività processuale: comprendere l'alterità culturale attraverso le reazioni emotive
Nel contesto dell’attività processuale risulta di grande rilevanza il trattamento delle emozioni, e questo aspetto appare particolarmente evidente nel momento nel quale si ha a che fare con l’alterità culturale. Difatti, per quanto il diritto si occupi di disciplinare il comportamento umano e la vita delle persone nella società, spesso, per cause di vario tipo – tempistiche ridotte, difficoltà linguistiche, poca attenzione alla prospettiva “altra” - si tende a trascurare l’osservazione del modo di interagire con l’alterità culturale, dimenticando l’impatto che la partecipazione all’interrogatorio può avere sulle emozioni di un soggetto straniero, immigrato e/o appartenente ad una minoranza culturale. 
Il tentativo che si cerca di fare durante l’attività processuale sembra essere principalmente quello di razionalizzare e ridurre al minimo il ruolo delle emozioni, in linea con l’idea che il diritto debba essere concepito come puramente razionale e distante dal mondo emotivo. L’attività processuale e comunicativa con i soggetti è, però, intrinsecamente connessa alle emozioni, e suscita delle reazioni emotive che possono determinare l’andamento dell’attività processuale e la facoltà di sviluppo comunicativo dell’imputato e/o del richiedente asilo. Per questo motivo, è bene che durante l’interrogatorio si presti particolare attenzione a tali profili emotivi e che non venga minimizzato il loro impatto; il che non significa mettere da parte un approccio di razionalità e neutralità, piuttosto significa comprendere quali strumenti comunicativi mettere in pratica durante l’interrogatorio per poter fare in modo che la componente emotiva non diventi limitante per il soggetto straniero. 
Le emozioni, inoltre, se interpretate in modo adeguato, non escludono la razionalità, al contrario possono diventare uno strumento per una maggiore comprensione dell’alterità culturale, per accedere a modi di vita ed esperienze che altrimenti rimarrebbero sconosciute. [1] Al processo di comprensione dell’“altro”, dunque, si può accedere osservando il modo di guardare, di sedersi, di rispondere o non rispondere a quesiti su determinate tematiche, oppure osservando le difficoltà che alcuni soggetti possono avere a dialogare con persone di un determinato genere o fascia d’età. Queste manifestazioni emotive non solo possono, ma dovrebbero essere integrate nei processi di comprensione legale, in quanto potrebbero essere, riprendendo le parole del sociologo francese Daniel Bertaux, dei veri e propri “indizi” [2] dell’osservazione e della ricerca, ossia descrizioni che rinviano ai meccanismi sociali “altri”, e che grazie a ciò possono aiutare il giudice per capire meglio come indirizzare l’interrogatorio. Osservare questi “indizi” permette perciò di entrare dentro una cultura “altra”, di osservare le omissioni, esaltazioni e negazioni emerse dall’interrogatorio, trasformando le emozioni in reali veicoli di comprensione che, per essere interpretate, hanno bisogno di una buona conoscenza della letteratura presente su quella determinata cultura, oppure dell’ausilio di un esperto culturale. Esempi concreti di quanto detto possono ravvisarsi nel fatto di tenere gli occhi bassi e di non guardare l’interlocutore o parlare con voce flebile. Tali atteggiamenti sono un segno di rispetto in certi gruppi, ma potrebbero essere interpretati come un gesto di distanza o ambiguità o, addirittura, come segnali che la persona sta mentendo o non è sicura delle proprie dichiarazioni. Si pensi ancora, alle difficoltà che possono avere alcuni soggetti a fare delle confessioni alla polizia, quando provengono da stati dove la polizia è corrotta e, pertanto, non considerata in grado di proteggere i propri diritti. 


[1] Per approfondire sul ruolo delle emozioni in una prospettiva di analisi antropologica, si consigliano i seguenti testi: Geertz, H., 1959, “The Vocabulary of Emotion: A Study of Javanese Socialization Processes”, in Psychiatry, n. 22, pp. 225-237, e Reddy, W. M., 1999, “Emotional Liberty: Politics and History in the Anthropology of Emotions”, in Cultural Anthropology, n. 14 (2), pp. 256-288 e Reddy, W. M., 2001b, “The Logic of Action: Indeterminacy, Emotion, and Historical Narrative”, in History and Theory, n. 40, pp. 10-33 e White, G., 1990, “Moral discourse and the rhetorics of emotions”, in L. AbuLughod, C. Lutz, a cura di, Language and the Politics of Emotion, Cambridge, Maison des Sciences de l’Homme-Cambridge University Press, pp. 46-68.

[2] Bertaux, D., 2008, Racconti di vita. La prospettiva etnosociologica, Milano, FrancoAngeli (ed. orig. 1998).
Le difficoltà linguistiche e il ruolo del mediatore 
 
Il ruolo di mediazione, sia in ambito penale che civile in relazione alle richieste di asilo e di rifugio, può risultare estremamente complesso, non solo per le difficoltà interpretative e di “restituzione” della prospettiva “altra”, ma anche e soprattutto in relazione alle disparità emozionali che si manifestano tra i partecipanti all’interrogatorio. In queste circostanze spesso si può assistere a situazioni estremamente impegnative e stressanti, caratterizzate da un clima di paura e insicurezza, nonché da narrazioni profondamente dolorose. È comune, difatti, che gli immigrati che si trovano ad arrivare in un nuovo paese si scontrino con diversi ostacoli emotivi figli della loro cultura e del loro contesto sociale: mancanza di fiducia verso le istituzioni, assenza di esperienze positive nel paese di arrivo e aspettative non soddisfatte; oppure responsabilità familiari nel paese di appartenenza e conseguente difficoltà ad esprimersi, così come barriere religiose o differenze nei ruoli di genere; o più semplicemente mancanza di conoscenza delle risorse disponibili nel paese di arrivo.
Questi elementi possono influenzare l'interprete e generare una serie di tensioni, incomprensioni e chiusure emotive, che portano di conseguenza a riflettere sui limiti legati al suo ruolo. Di fronte a queste difficoltà, difatti, il mediatore assume inevitabilmente una funzione che va oltre la traduzione, e si trasforma in un elemento chiave per la comprensione delle diverse culture, occupando così una posizione di rilievo nelle argomentazioni delle parti coinvolte. Questo porta a rendere complesso il ruolo del mediatore, che se da un lato deve fare i conti con il mondo giuridico, con cui collabora quotidianamente, ma dal quale spesso si sente estraneo in quanto non è professionista del diritto, dall'altro lato deve farsi portavoce delle comunità per le quali veicola la comunicazione, che spesso disconosce, o verso le quali ha una comprensione limitata in relazione alla complessità delle dinamiche socioculturali che le caratterizzano. 
Questa complessità del ruolo del mediatore spesso non viene considerata, e sembrerebbe che si tenda a vedere il suo ruolo come un semplice canale di comunicazione che cerca di superare le differenze linguistiche tra le varie parti - avvocato, giudice, indagato o richiedente asilo - senza mai considerare la possibilità che l’interprete, se ben formato, potrebbe agire da vero e proprio mediatore interculturale, diventando un prezioso collaboratore per veicolare la comprensione reciproca fra le parti. 

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