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Caccia alle streghe e stregoneria ​

Approfondimenti giuridici 

La stregoneria nella protezione internazionale
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I punti di contatto tra la pratica della stregoneria e l’ordinamento giuridico italiano emergono per lo più nell’ambito della protezione internazionale. La maggior parte dei casi giurisprudenziali sul tema sono inerenti principalmente a due tipologie di vicende, le quali, sono in grado di determinare potenziali pericoli per l’incolumità dell’individuo: quella della “caccia alle streghe”, in cui i richiedenti chiedono protezione perché accusati di esercitare poteri stregonici dalla comunità di provenienza e vengono per questo perseguitati o emarginati[1]; quella concernente il timore di aver già subito o di poter subire atti di stregoneria, da cui possono scaturire patologie, malesseri fisici o psicologici. In questo ultimo caso, spesso gli atti sono riconducibili a contesti di liti private per questioni familiari o ereditarie[2]. Si tratta di casi in cui, dunque, il soggetto richiede all’ordinamento giuridico ospitante e altro rispetto a quello di origine, una forma di “protezione” dalla cultura, da aspetti culturali caratteristici del contesto di provenienza.
Sul fenomeno della “caccia alle streghe” contemporanea è opportuno precisare che esso non colpisce solo le donne o le anziane, ma è diffuso anche nei confronti del genere maschile e persino di minori. In alcune pronunce inerenti al tema, si è parlato di una vera e propria “persecuzione stregonica”, potenzialmente in grado di generare forti limitazioni dei diritti umani, derivanti in particolare dalle situazioni di emarginazione o dal pericolo di essere sottoposti a torture e prove ordaliche in caso di prigionia. Per questa ragione, la scelta degli strumenti di protezione da utilizzare si è ampliata fino a ricomprendere, a seconda dei casi, non solo il ricorso alla più tenue protezione umanitaria-speciale, ma quello della protezione sussidiaria disciplinata dall’art. 14 lett. c) del d. lgs. 251/2007, concessa per situazioni di minaccia grave e individuale alla vita o alla persona derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Conseguentemente, in alcune pronunce attinenti alla stregoneria è riscontrabile quell’interpretazione più esigente dell’obbligo di cooperazione istruttoria, statuito in giurisprudenza, secondo cui lo stesso sia destinato a permanere anche dinnanzi alle ipotesi di non attendibilità del racconto, in quanto volto ad accertare una situazione oggettiva e generalizzata di violenza[3].
Il tema della stregoneria è abbastanza approfondito anche sul piano internazionale. Uno studio del 2009, a cura dell’UNHCR, fa emergere chiaramente la portata del fenomeno della caccia alle streghe, evidenziando come lo stesso possa essere ritenuto una forma di persecuzione per appartenenza a un particolare gruppo sociale o religioso. Il fenomeno della stregoneria risulta essere ancora particolarmente diffuso perché corrisponde a una modalità di gestione e rappresentazione della realtà: alcuni Stati africani si sono trovati a dover affrontare la problematica mediante norme inerenti alla stregoneria, anche a livello penale, sebbene questo non abbia contribuito a garantire una piena tutela alle vittime[4]. La costante diffusione del fenomeno e della sua pericolosità deriva principalmente da due motivi: la sua valenza politica e il suo legame con le strutture del diritto consuetudinario precoloniale. In relazione alla sua valenza politica si deve evidenziare che, trattandosi di una credenza molto radicata nel sentire comune, essa è stata molto spesso utilizzata come strumento politico di ricerca del consenso delle masse: alcuni movimenti politici hanno talvolta appoggiato i fenomeni di vigilantismo privato che si sono mutati in vere e proprie campagne di caccia alle streghe, portate avanti da privati cittadini all’interno di comunità, spesso in risposta al bisogno di trovare forme di capri espiatori per calamità, povertà, malessere sociale o epidemie. Secondo quanto riportato dallo Studio UNHCR del 2009[5] ,, dedicato al tema della stregoneria e delle sue interferenze con i diritti umani, questo accadde in Zambia, Malawi e Benin. In Sudafrica, ad esempio, durante le lotte contro l’apartheid anche il partito della rivoluzione, l’ANC, si trovò costretto a fare i conti con la forte adesione che alcuni suoi sostenitori, fra la popolazione, manifestavano rispetto alla pratica della caccia alle streghe. Lo studio dell’UNHCR riporta che solo nella zona delle province del nord si stimarono almeno 389 omicidi per causa di stregoneria tra il 1985 e il 1995. Nel 2007, nella provincia di Mpumalanga, venne redatto un disegno di legge, denominato Witchcraft Suppression Bill, per rendere illecita la pratica della stregoneria, le accuse di stregoneria e regolamentare il ruolo dei guaritori tradizionali. La proposta normativa fu fortemente osteggiata da due movimenti, il South African Pagan Rights Alliance e il Traditional Healers Organization. Il primo, un’associazione composta da soggetti che si identificano come “stregoni”, lamentava una vera e propria lesione della libertà di culto. Il secondo rappresentava l’associazione dei guaritori tradizionali. L’influenza di questi due movimenti fu ampia, tanto è che venne richiesto alla South African Law Commission di valutare la costituzionalità della proposta. Dopo ciò la Commissione avviò un progetto di studio sulla revisione di tutta la legislazione sulla stregoneria.


In ordine al secondo punto invece è importante considerare che la stregoneria è sempre stata una parte importante del sistema di diritto consuetudinario, regolava la vita delle comunità in epoca precoloniale e pertanto ha subito le influenze del fenomeno di colonizzazione e decolonizzazione. La credenza nella stregoneria nelle comunità originarie precoloniali rispondeva come altri fatti umani, a un sistema regolato di risoluzione delle controversie. I soggetti che venivano accusati di aver compiuto atti stregonici e malvagi verso altri individui venivano processati dinnanzi ai capi della comunità. Il procedimento di accertamento della responsabilità dell’atto stregonico era regolato da un sistema di garanzie che evitavano degenerazione del fenomeno. Un clima di caccia alle streghe che coinvolgesse l’intera comunità avrebbe posto infatti in serio pericolo la sussistenza della comunità stessa, per cui il fenomeno veniva trattato e arginato in funzione della sopravvivenza prospera e pacifica della comunità, così come avveniva per le altre controversie[6]. La legislazione e la giurisdizione coloniale, sovrapponendosi a queste strutture comunitarie originarie, ha spesso rifiutato di trattare le controversie aventi ad oggetto le accuse di stregoneria, perché totalmente incompatibili con i principi culturali, di diritto e di regolazione dell’esistenza conosciuti in occidente. Questo tipo di controversie sono state dunque relegate nel corso del tempo alla clandestinità, in assenza di nessun tipo di regolazione se non quella della semplice pulsione umana. È probabile che questo abbia consentito alla stregoneria di radicarsi sempre più, nelle popolazioni, soprattutto in quelle rurali e giungere sino ai nostri giorni, rafforzata tra l’altro in epoca post-coloniale da rivendicazioni di appartenenza culturale e dalle conseguenti connotazioni politiche.
 
Da superstizione a pratica impattante sui diritti fondamentali
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In questa ottica il fenomeno descritto assume una valenza tutt’altro che riconducibile a una mera superstizione. Esso affonda le proprie radici in un sistema culturale e giuridico profondamente differente dai sistemi giuridici comuni alla maggioranza, ma di cui è possibile delineare i tratti. Nella valutazione della portata lesiva di fenomeni di questo tipo assume un’importanza fondamentale la comprensione del contesto e della percezione che i soggetti coinvolti hanno degli stessi. Per questo si tratta di tematiche che ben si prestano ad essere approfondite mediante la consultazione di esperti (prevista ad esempio ai sensi dell’art. 8 comma 3 bis del d. lgs. n. 25 del 2008.
Non è rilevante la reale capacità stregonica di atti o individui. Rileva invece la percezione che degli stessi hanno le vittime e i persecutori. È infatti sulla base di questa percezione (come evidenziato dai giudici di legittimità sulla base della “situazione psico-fisica attuale”, del “contesto culturale e sociale di riferimento”, del “convincimento soggettivo del richiedente di essere vittima” con conseguenze sulla propria esistenza individuale e comunitaria[7]) che il pericolo o il danno grave hanno probabilità di concretizzarsi. In questo senso i diritti coinvolti nel bilanciamento, che si contrappongono alle esigenze di sicurezza e ordine pubblico a cui il sistema di protezione si deve attenere, sono ampi e riscontrabili nell’impianto costituzionale dall’art. 2., seppure non si possa prescindere dall’analisi del dato concreto.
note
[1] Le pronunce riguardano anche le persecuzioni che possono essere subite dai familiari di una “strega”: Tribunale Ordinario di Torino, sentenza del 3 febbraio 2020, n. 741 (in questo caso l’accusato di stregoneria è una minore ivoriana e la madre, che si trova in Italia, richiede protezione per il timore di essere perseguitata al ritorno in patria come madre di una “strega”), ; Cass. Civ. sez. lav. - 28/01/2022, n. 2717 (”).

[2] Timore di aver subito o di poter subire atti stregonici: Cass. Civ. sez. lav. - 16/02/2022, n. 5146; Cass. Civ. sez. lav. 13/04/2022, n. 12040; Cass. Civ. sez. III - 20/04/2022, n. 12644.

[3] Già cit. Cassazione Civ. sez. III - 20/04/2022, n. 12644 citando C.G.U.E. 30 gennaio 2014, in causa C-285/12, Diakite'. A questo proposito si segnala che nella già citata pronuncia del Tribunale Ordinario di Torino, sentenza del 3 febbraio 2020, n. 741, dal punto di vista istruttorio, vi è un approfondimento accurato rispetto al fenomeno della caccia alle streghe: ciò contribuisce senza dubbio alla decisione del giudice di attribuire alla richiedente lo status di rifugiato, ossia la forma di protezione più elevata, dando vita a un esito processuale differente rispetto a quello proprio della giurisprudenza esistente in materia, più orientato invece verso forme di protezione meno incisive.

[4] Come avvenuto in Camerun (sezione 251 codice penale) e in Nigeria (sezione 210, codice penale) - vedi voce Stregoneria in questo Vademecum - in alcuni stati infatti sono puniti solo gli atti stregonici ma non la caccia alle streghe. 

[5] Studio UNHCR, 2009, Witchcraft allegations, refugee protection and human rights: a review of the evidence, pg. 32 e ss. 

[6] Maakor Quarmyne (2011), per le evoluzioni storico politiche della stregoneria e i suoi legami con il sistema di diritto consuetudinario; Cavina M. (2020), descrive i rapporti tra i casi di stregoneria e l’amministrazione coloniale e in particolare riporta alcuni episodi in cui il fenomeno della caccia alle streghe e delle ordalie di massa, nei primi anni del 1900, aveva determinato per l’amministrazione coloniale del Balantacounda francese un problema di ordine pubblico: nel condizionamento generale, masse cospicue di individui appartenenti ad alcuni villaggi avevano iniziato a sottoporsi in massa a prove ordaliche per dimostrare alla propria comunità di non essere stregoni. Queste prove ordaliche prevedevano l’ingestione di veleni, erbe e altre sostanze tossiche, facendo scaturire una situazione di pericolo per la salute pubblica a causa di plurime intossicazioni, infezioni e morti. 

[7] Cass. Civ. sez. I – 15.05.19, n. 13088. 

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