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Genitorialità​

​Approfondimenti antropologici​

[La lettura di questo approfondimento presuppone la conoscenza dei contenuti presentati nel test culturale relativo a questa pratica]
La valutazione genitoriale

Nei dossier sanitari, giudiziari e sociali riguardanti valutazioni genitoriali viene chiesto ai genitori di aderire ad un profilo di genitorialità estremamente specifico e definito, che corrisponde cioè alle “nostre” aspettative, laddove nostre indica il modello di genitorialità dominante in Italia e avvallato dagli operatori del processo. Se tali aspettative non vengono soddisfatte, cioè se questi genitori non riescono ad aderire ai nostri modelli educativi in tempi molto brevi, vengono automaticamente considerati come inadeguati e quindi incapaci di occuparsi della crescita dei propri figli.
Il genitore migrante si trova costretto a interfacciarsi con l’istituzione e quindi a comunicare con gli operatori istituzionali. Tuttavia, i diversi modelli genitoriali e i relativi significati e valori che tali modelli veicolano spesso portano ad una vera e propria confusione nel momento delle indagini da parte delle istituzioni, arrivando ad etichettare determinati comportamenti e modalità relazionali come disinteresse, aggressività o all’interno di categorie diagnostiche. Talvolta esiste una precisa pratica culturale che il genitore pone in essere, altre volte la cultura si esprime nelle sue competenze affettive e modalità di manifestare l’amore verso il figlio: quando queste non coincidono con quelle maggioritarie si ritiene il genitore patologico (ad es. Diverse madri nigeriane sono considerate troppo severe a causa del tono della voce, che in realtà è tipico di quella cultura, e che il bambino non percepisce come aggressivo). Inoltre, talvolta si semplifica e reifica una determinata cultura “altra”, come ad esempio si utilizza una presunta “cultura africana” con una certa superficialità di analisi per sottolineare delle inadeguatezze da parte dei genitori. L’incasellamento all’interno di griglie rigide predefinite e la difficoltà di comunicare tra l’istituzione, con il suo linguaggio formale e inserita in un contesto culturale e burocratico distante da quello conosciuto dai genitori migranti, fa sì che il vissuto di queste persone si riduca esclusivamente e “oggettivamente” ad aspetti tecnici e minimali in realtà molto distanti dalla realtà, molto più complessa.
I percorsi e i vissuti migratori sono infatti spesso complicati e non sempre facilmente ricostruibili in maniera precisa. Questo può portare gli operatori sociali ad una serie di errori di valutazione e fraintendimenti, facendo sì che proprio la questione migratoria, fondamentale invece per la valutazione, rimanga in secondo piano. Inoltre, un ulteriore e fondamentale dato da considerare è quello del contesto valutativo, purtroppo spesso improprio. Le valutazioni da parte degli esperti si svolgono solitamente all’interno dello studio del consulente o all’interno di un cosiddetto luogo neutro, gestiti dal consulente come dei luoghi di osservazione del rapporto genitori/figl*.
 
Alcuni esempi concreti

Di seguito si riporta un estratto da un testo di Simona Taliani (2019) e degli esempi tratti da un articolo di Manuela Tartari (2015), entrambe antropologhe. Dai passaggi riportati si può capire come talvolta non si prendano in considerazione le diverse modalità di espressione dei sentimenti e dell’affetto e di come non si consideri il rapporto personale tra madre e figlio, il loro vissuto ed eventuali traumi. Emerge inoltre la difficoltà di gestire la complessità di vissuti e di esperienze di genitori provenienti da contesti culturali differenti, con alle spalle un passato migratorio e quindi spesso di sofferenza.
 
“Yetunde è una donna proveniente dallo Stato di Edo e arrivata in Italia all’età di circa vent’anni, gravida. […] A seguito di una aggressione con dell’acqua bollente gettatale addosso proprio dalla donna che l’aveva condotta a Torino, Yetunde partorisce prematuramente la sua primogenita e chiede aiuto ai servizi socio-assistenziali per la      cura di entrambe. […] La bambina crescerà per sei anni in Italia. Poi Yetunde, preoccupata per il progetto che gli operatori le stavano prospettando (lasciare la figlia presso una famiglia affidataria italiana), la porterà in Nigeria dove ora, compiuti i vent’anni, ancora vive e studia. Di ritorno dalla Nigeria, Yetunde subirà una forte pressione da parte dei servizi socio-assistenziali, soprattutto in concomitanza delle successive gravidanze. Gli operatori si impegneranno a lungo, e con ogni mezzo, per spingerla a separarsi dai suoi due ultimi figli. Percepita, infatti, come una “madre abbandonica” per aver lasciato la primogenita in Nigeria dai nonni paterni, sarà oggetto di valutazione negativa che porterà il tribunale a ritenere “adottabili” entrambi i bambini a distanza di quattro anni l’uno dall’altra […]. Nel 2011, dopo qualche mese dalla nascita della piccolina, la neuropsichiatra infantile incaricata di seguirla dirà nel corso di un incontro di rete tra operatori: “Il prossimo che partorisce glielo prendiamo appena le esce dalla pancia” (Taliani 2019, pag.114)”.

 

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Photo by Ricardo Moura, on unsplash

“Una relazione redatta da operatori di un Servizio di Neuropsichiatria infantile segnala in Tribunale «la mancanza di attenzione» verso le figlie di una madre senegalese, ospitata in comunità̀ con esse, evidenziata dal suo modo di parlare davanti alle bambine «di qualunque argomento». Si scrive che dunque la madre non «filtra» le proprie emozioni negative e si mostra perciò̀ «del tutto incurante delle emozioni delle piccole». Ella manifesta una «cura minuziosa e precisa dell’aspetto esteriore, scarsamente supportata da affettività̀». Il Tribunale emette un Decreto di apertura di adottabilità̀ a causa di «una consistente difficoltà della donna a essere emotivamente e affettivamente vicina alle bambine» (Tartari 2015, p.189)”.                                                                       
“Gli educatori di luogo neutro segnalano che la madre nigeriana insiste, contro le loro indicazioni, a dare il seno alla figlia (di due mesi), la culla in modo “irrequieto”, la tiene troppo coperta. Nella relazione, gli operatori del Servizio di Neuropsichiatria infantile riprendono tali osservazioni e concludono: «qualora la bimba si trovasse a vivere nel nucleo di origine, questo l’esporrebbe a una modalità̀ di accudimento caratterizzata dall’imprevedibilità̀ dei comportamenti materni e a risposte materne incongrue ai suoi bisogni sia concreti che emotivi ed affettivi». In questo caso, il dare il seno alla neonata diviene un gesto trascurante perché́ la madre dovrebbe tener conto che il suo latte non serve in quanto la piccola prende il biberon in altri orari e nessuno pensa di favorire il legame modificando gli orari, così come nessuno si interroga sul cullare inquieto una figlia da cui si è stati separati a pochi giorni dal parto (Tartari 2015, p. 189)”.
 
Compito dell’antropologia è quindi quello di trasmettere l’importanza di non banalizzare né semplificare la cultura dell’altro attraverso categorie generiche o astratte, in quanto non riuscirebbero ad essere efficaci nel rendere la complessità dei diversi culturali. Tali descrizioni “ridotte”, infatti, non direbbero nulla sui diversi sistemi sociali e simbolici di appartenenza dei genitori in questione, e di conseguenza sulla loro relazione con i figli/e, né tantomeno sarebbero in grado di esprimere le difficoltà legate al percorso migratorio o alle condizioni socioeconomiche all’interno del nuovo contesto abitativo. Questa riflessione vuole quindi sottolineare l’importanza di prendere consapevolezza che il modello genitoriale da noi proposto è esso stesso frutto di un condizionamento culturale (oltre che economico-sociale, in generale) e deve quindi spingerci a riflettere sul modo in cui la valutazione degli altri modelli genitoriali viene svolta. In sostanza, sono le domande e le richieste stesse che andrebbero poste in maniera differente, evitando di semplificare, banalizzare e rinchiudere dei comportamenti difficili da comprendere in caselle prestabilite.

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